Qual è la cosa che più conta?

 

 

Tre risposte meravigliose alle tre domande dell’ Imperatore: la cosa che più conta, qual è il momento migliore, quali sono le persone più importanti.

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Sono queste le tre domande cui cercava di dare risposta un certo imperatore in un racconto di Tolstoj; ma sono anche quelle che poniamo a noi stessi in continuazione. Questo racconto, riportato da Thic Nhat Hanh nel suo prezioso manuale di meditazione “Il miracolo della presenza mentale”, può aiutare nella ricerca. Con questa speranza ne propongo la lettura ai miei amici augurandomi che sia a loro utile così come un po’ lo è stato a me. Franco Tagliente

Un giorno, un certo imperatore pensò che se avesse avuto la risposta a tre domande, avrebbe avuto la chiave per risol­vere qualunque problema:

Qual è la cosa che più conta?

Qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa?

Quali sono le persone più importanti con cui collaborare?

L’imperatore emanò un bando per tutto il regno annun­ciando che chi avesse saputo rispondere alle tre domande avrebbe ricevuto una lauta ricompensa. Subito si presenta­rono a corte numerosi aspiranti, ciascuno con la propria ri­sposta.

Riguardo alla prima domanda, un tale gli consigliò di pre­parare un piano di lavoro a cui attenersi rigorosamente, spe­cificando l’ora, il giorno, il mese e l’anno da riservare a cia­scuna attività. Soltanto allora avrebbe potuto sperare di fa­re ogni cosa al momento giusto.

Un altro replicò che era impossibile stabilirlo in anticipo; per sapere cosa fare e quando farlo, l’imperatore doveva ri­nunciare a ogni futile svago e seguire attentamente il corso degli eventi. .

Qualcuno era convinto che l’imperatore non poteva esse-re tanto previdente e competente da decidere da solo quan­do intraprendere ogni singola attività; la cosa migliore era istituire un Consiglio di esperti e rimettersi al suo parere.

Qualcun altro disse che certe questioni richiedono una de­cisione immediata e non lasciano tempo alle consultazioni; se però voleva conoscere in anticipo l’avvenire, avrebbe fat­to bene a rivolgersi ai maghi e agli indovini.

Anche alla seconda domanda si rispose nel modi più di­sparati.

Uno disse che l’imperatore doveva riporre tutta la sua fi­ducia negli amministratori, un altro gli consigliò di affidarsi al clero e ai monaci; c’era chi gli raccomandava i medici e chi si pronunciava in favore dei soldati.

La terza domanda suscitò di nuovo una varietà di pareri.

Alcuni dissero che l’attività più importante era la scienza. Altri insistevano sulla religione. Altri ancora affermavano che la cosa più importante era l’arte militare.

L’imperatore non fu soddisfatto da nessuna delle rispo­ste, e la ricompensa non venne assegnata.

Dopo parecchie notti di riflessione, l’imperatore decise di andare a trovare un eremita che viveva sulle montagne e che aveva fama di essere un illuminato. Voleva cercarlo per rivolgere a lui le tre domande, pur sapendo che l’eremita non lasciava mai le montagne e riceveva solo la povera gen­te, rifiutandosi di trattare con i ricchi e i potenti. Perciò, rivestiti i panni di un semplice contadino, ordinò alla sua scorta di attenderlo ai piedi del monte e si arrampicò da solo su per la china in cerca dell’eremita.

Giunto alla dimora del sant’uomo, l’imperatore lo trovò che vangava l’orto nei pressi della sua capanna. Alla vista dello sconosciuto, l’eremita fece un cenno di saluto col capo senza smettere di vangare. La fatica gli si leggeva in volto. Era vecchio, e ogni volta che affondava la vanga per smuo­vere una zolla, gettava un lamento.

L’imperatore gli si avvicinò e disse: “Sono venuto per chiederti di rispondere a tre domande: qual è il momento mi­gliore per intraprendere qualcosa? Quali sono le persone più importanti con cui collaborare? Qual è la cosa che più contasopra tutte?”.

L’eremita ascoltò attentamente, ma si limitò a dargli un’a­michevole pacca sulla spalla e riprese a vangare. L’imperato­re disse: “Devi essere stanco. Sù, lascia che ti dia una mano”. L’eremita lo ringraziò, gli diede la vanga e si sedette per terra a riposare.

Dopo aver scavato due solchi, l’imperatore si fermò e si, rivolse all’eremita per ripetergli le sue tre domande. Di nuovo quello non rispose, ma si alzò e disse, indicando la vanga: , “Perché non ti riposi? Ora ricomincio io”. Ma l’imperatore continuò a vangare. Passa un’ora, ne passano due.

Finalmente il sole comincia a calare dietro le montagne. L’imperatore mise giù la vanga e disse all’eremita: ”Sono venuto per ri­volgerti tre domande. Ma se non sai darmi la risposta ti prego di dirmelo, così me ne ritorno a casa mia”.

L’eremita alzò la testa e domandò all’imperatore: “Non senti qualcuno che corre verso di noi?”. L’imperatore si voltò. Entrambi videro sbucare dal folto degli alberi un uomo con una lunga barba bianca che correva a perdifiato premendosi le mani insanguinate sullo stomaco. L’uomo puntò verso l’im­peratore, prima di accasciarsi al suolo con un gemito, privo di sensi. Rimossi gli indumenti, videro che era stato ferito gravemente. L’imperatore pulì la ferita e la fasciò servendo­si della propria camicia che però in pochi istanti fu comple­tamente intrisa di sangue. Allora la sciacquò e rifece la fa­sciatura più volte, finché l’emorragia non si fu fermata.

Alla fine il ferito riprese i sensi e chiese da bere. L’impe­ratore corse al fiume e ritornò con una brocca d’acqua fre­sca. Nel frattempo, il sole era, tramontato e l’aria notturna cominciava a farsi fredda. L’eremita aiutò l’imperatore a tra­sportare il ferito nella capanna e ad adagiarlo sul suo letto. L’uomo chiuse gli occhi e restò immobile. L’imperatore era sfinito dalla lunga arrampicata e dal lavoro nell’orto. Si ap­poggiò al vano della porta e si addormentò. Al suo risve­glio, il sole era già alto. Per un attimo dimenticò dov’era e cos’era venuto a fare. Gettò un’occhiata al letto e vide il ferito che si guardava attorno smarrito. Alla vista dell’im­peratore, si mise a fissarlo intensamente e gli disse in un sussurro: “Vi prego, perdonatemi”. “Ma di che cosa devo perdonarti?”, rispose l’imperatore.

‘Voi non mi conoscete, maestà, ma lo vi conosco. Ero vostro nemico mortale e avevo giurato di vendicarmi perché nell’ultima guerra uccideste mio fratello e vi impossessaste dei miei beni. Quando seppi che andavate da solo sulle mon­tagne in cerca dell’eremita, decisi di tendervi un agguato sulla via del ritorno e uccidervi. Ma dopo molte ore di attesa non vi eravate ancora fatto vivo, perciò decisi di lasciare il mio nascondiglio per venirvi a cercare. Ma invece di tro­vare voi mi sono imbattuto nella scorta, che mi ha ricono­sciuto e mi ha ferito. Per fortuna, sono riuscito a fuggire e ad arrivare fin qui. Se non vi avessi incontrato, a quest’o­ra sarei morto certamente. Volevo uccidervi, e invece mi ave­te salvato la vita! La mia vergogna e la mia riconoscenza sono indicibili. Se vivo, giuro di servirvi per il resto dei miei giorni e di imporre ai miei figli e nipoti di fare altret­tanto. Vi prego, concedetemi il vostro perdono”.

L’imperatore si rallegrò infinitamente dell’inattesa ricon­ciliazione con un uomo che gli era stato nemico. Non solo lo perdonò, ma promise di restituirgli i beni e mandargli il medico e i servitori di corte per accudirlo finché non fos­se completamente guarito. Ordinò alla sua scorta di riaccom­pagnarlo a casa, poi andò in cerca dell’eremita. Prima di ritornare a palazzo, voleva riproporgli le tre domande per l’ultima volta. Lo trovò che seminava nel terreno dove il giorno prima avevano vangato.

L’eremita si alzò e guardò l’imperatore. “Ma le tue do­mande hanno già avuto risposta”.

“Come sarebbe?”, chiese l’imperatore, perplesso. “Se ieri non avessi avuto pietà della mia vecchiaia e non mi avessi aiutato a scavare questi solchi, saresti stato aggredito da quel­l’uomo sulla via del ritorno. Allora ti saresti pentito amara­mente di non essere rimasto con me. Perciò, il momento più importante era quello in cui scavavi i solchi, la persona più importante ero io, e la cosa più importante da fare era aiutarmi. Più tardi, quando è arrivato il ferito, il momento più importante era quello in cui gli hai medicato la ferita, perché se tu non lo avessi curato sarebbe morto e avresti perso l’occasione di riconciliarti con lui. Per lo stesso moti­vo, la persona più importante era lui e la cosa più impor­tante da fare era medicare la sua ferita. Ricorda che c’è un unico momento importante: questo. Il presente è il solo mo­mento di cui siamo padroni. La persona più importante è sempre quella con cui siamo, quella che ci sta di fronte, per­ché chi può dire se in futuro avremo a che fare con altre persone? La cosa che più conta sopra tutte è rendere felice la persona che ti sta accanto, perché solo questo è lo scopo della vita”.

Il racconto di Tolstoj sembra un brano di letteratura religiosa: non ha nulla da invidiare a qualunque testo sacro. Parliamo di servizio sociale, di servire la gente, l’umanità, persone che vivono in un paese lontano, di contribuire alla pace nel mondo, ma spesso dimentichiamo che le persone a cui dobbiamo dedicarci sono innanzitutto quelle che ci vi­vono accanto. Se non sapete servire vostra moglie, vostro marito, i vostri figli, come potrete servire la società? Se non sapete rendere felici i vostri figli, come credete di poter ren­dere felice qualcun altro?

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