Conflitti fra colleghi…
…impariamo come usarli a vantaggio di tutti.
Difficile non aver mai affrontato un conflitto sul posto di lavoro. Che sia tra colleghi o con i superiori esplicito, sommesso o nascosto, è un’esperienza che chiunque lavora, tranne pochi, ha dovuto provare. Esperienza spesso faticosa e stressante, specie se affrontata nel modo sbagliato. Perché il conflitto in sé è un gioco, un’esperienza di gara in cui i partecipanti cercano di “vincere”. Certo, a volte crea situazioni difficili e insanabili, ma esiste anche un comportamento conflittuale consapevole, intelligente e corretto, una vera e propria strategia per riuscire vincitori.Cos’è il conflitto sul lavoro «Il conflitto, in psicologia - scrive Raffaele Morelli nel “Dizionario della felicità” - è una contrapposizione di modi di essere, di stili di vita, di desideri, oppure di aspirazioni tra i quali risulta difficile scegliere.
Un conflitto può anche contenere in sé il rifiuto di un certo sistema o di un certo ambiente (ad esempio quello lavorativo) che, con il tempo, potrebbe sfociare in una vera e propria nevrosi».
Il conflitto nasce dalla percezione di un’incompatibilità di obiettivi: ciò che vuole una delle parti viene considerato dall’altra lesivo dei propri interessi. Quando una persona considera incompatibile il suo obiettivo con quello del collega, è facile che biasimi
quest’ultimo quando qualcosa va male. Così, ad esempio, se l’azienda non raggiunge il fatturato prefissato, i dirigenti incolpano gli operai, o i dipendenti del reparto vendite, biasimano la miopia dei dirigenti. E il conflitto esplode. Questa circostanza si verifica più facilmente quando una persona è responsabile della situazione di disagio, ma non se ne rende conto. Tutti noi abbiamo sperimentato momenti in cui un superiore ci ha criticato ingiustamente o ha preteso risul¬tati impossibili, oppure un collega ha abusato della sua autorità e ci ha tenuto nascoste informazioni importanti. E curioso come, in questi frangenti, la nostra prima reazione sia di autocritica, come se ci sentissimo un po’ colpevoli o responsabili. Solo in seguito ci arrabbiamo sia con chi ha creato il problema sia con noi stessi, perché riteniamo di non aver reagito adeguatamente.
Come si esprime II conflitto tra colleghi si esprime in svariati modi: messaggi trasmessi alle parti in causa, critiche aperte o subdole in cui si cerca di contraddire, sminuire, sfidare o frustrare l’avversario e di estendere e proteggere i propri interessi. In questi casi è facile che si passi dalla semplice antipatia a un’ostilità aperta. La maggior parte dei conflitti ha per oggetto risorse materiali (lui/lei guadagna più me e non lo merita) o ricompense sociali come il rispetto, la stima o una promozione. Ne deriva che la fonte di conflitto più frequente è la competizione. Quando le ricompense sono troppo poche per essere godute da tutti, o il conflitto si basa sulla conquista di rispetto e stima sul posto di lavoro, la competizione che nasce alimenta l’ostilità. Spesso le persone valutano il rispetto e la stima più delle ricchezze materiali. In questo caso, il conflitto è di più difficile risoluzione perché vincere non significa competere, ma piuttosto guadagnare rispetto al proprio sistema di valori; se si rinuncia a ottenere questo risultato contrattando e dialogando per giungere a un reciproco adattamento, il conflitto è inevitabile. Il considerare se stessi o il proprio gruppo migliore degli altri può portare al pregiudizio verso il collega che ci contrasta. E una questione d’identità sociale alla quale tutti noi siamo sensibili e pur di salvaguardarla, spesso, siamo disposti a giudizi e azioni arbitrarie nei confronti degli altri. Ad esempio, crediamo che le nostre motivazioni siano sempre giuste mentre quelle dell’altra parte siano sempre sbagliate. Oppure, che le nostre motivazioni siano dettate dalla situazione, mentre quelle del collega con cui entriamo in conflitto siano originate da difetti caratteriali (è aggressivo, egocentrico, bugiardo, oppure irrazionale e ostinato, insicuro…). A questo punto pensiamo in modo semplicistico prendendo decisioni basate su stereotipi, giudizi sommari e reazioni automatiche.
L’invidia, alleata del conflitto Ognuno di noi cerca di legare il comportamento altrui alle proprie aspettative e, quando non vi riesce, entra innanzitutto in conflitto con se stesso perché vede l’altro migliore, nega le proprie possibilità, ma non vuole riconoscere quelle altrui e per non misurarsi con ciò che non conosce preferisce sottrarsi al confronto. Da questo atteggiamento nasce l’invidia nelle sue diverse forme: non mettiamo in pratica un progetto per paura di non farcela e, se altri lo fanno, proviamo irritazione. Oppure, non siamo capaci di vedere e ammettere le ragioni del successo del nostro collega giungendo a negare le sue capacità, lo dileggiamo e cerchiamo subdolamente di distruggere i suoi risultati piuttosto che impegnare noi stessi a migliorare.
Quando è positivo Molti processi che contribuiscono ad alimentare un conflitto si possono capovolgere. Le parti in causa cercano di individuare soluzioni accettabili per tutti, il che richiede comprensione e fiducia. Quando la discussione diretta è improduttiva, può rendersi necessario l’intervento di una terza persona che aiuti le parti a comporre l’attrito. Ma a volte il conflitto può essere un’opportunità. I conflitti rendono le persone più attente ai problemi e consolidano la collaborazione perché portano a conoscere meglio se stessi e gli altri. Inoltre possono stimolare la creatività: le parti coinvolte scoprono, infatti, che una situazione può essere considerata sotto diversi punti di vista. «Il regno del conflitto - scriveva il grande psicoanalista Aldo Carotenuto - e il solo che apre alla conoscenza. Il conflitto, infat¬ti, costituisce la condizione essenziale necessaria perché gli uomini si spingano alla ricerca di se stessi». Insomma, un con¬flitto fra colleghi può espandere nell’intero ambiente un veleno fatto di critiche, pettegolezzi e scorrettezze, ma la ricerca della sua soluzione favorisce la crescita psicologica e morale di tutti i contendenti. Il conflitto è vita, rna solo se abbiamo il coraggio e l’umiltà di riconoscerlo, ammetterlo con noi stessi e risolverlo in una franca comunicazione con l’altro.
da Riza psicosomatica febbraio 2008



