Errare è umano, riconoscerlo…

Torben ha ucciso sua moglie, ma l’azione si svolge in una società superprotetta, e dunque anche ipercontrollata, un mondo perfettamente regolato e ordinato, in cui tutto è obbligatorio, compresa la felicità. Dunque, la colpa non esiste, perché la responsabilità dell’individuo non esiste, e l’omicida, dopo essere stato sottoposto a cure psichiatriche, viene rimesso in libertà. Ma Torben desidera essere riconosciuto colpevole ed essere punito, che è poi l’unico modo per potersi considerare un essere libero.

In breve è questa la trama, semplice ed essenziale, de L’uomo che voleva essere colpevole, del danese Henrik Stangerup un romanzo che con ironia denuncia la tendenza contemporanea a sollevare gli individui dalle loro responsabilità negative, dimenticando che la responsabilità dell’errore è anche la possibilità della sua soluzione.

Lo insegnano le teorie della motivazione: se le cause di un un errore o di un insuccesso dipendono (anche) da noi, da noi dipende allora il porvi rimedio, il poterlo trasformare in un successo.

A volte insomma è più utile e libertatorio un je m’accuse per arrivare all’(as)soluzione.

Leggi il breve testo tratto da Il coraggio di scegliere. Riflessioni sulla libertà, di Ferdinando Savater, che commenta il romanzo di Stangerup.

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