I cinque principi per un corretto atteggiamento di un capo
Questi sono i cinque principi per un corretto atteggiamento di un capo nei confronti di un suo collaboratore che si rivolge a lui per chiedere aiuto. Li ho adattati alla figura del leader di un’organizzazione partendo da quanto sostenuto da C. Rogers e ripreso da R.Mucchielli, due grandi studiosi che hanno arricchito il sapere nell’ambito delle scienze sociali.
1. Accoglienza ossia l’atteggiamento di saper ricevere il proprio collaboratore tanto da aiutarlo a spogliarsi del suo cappotto di protezione e metterlo a suo agio. Questo è l’opposto dell’atteggiamento che forza l’altro nell’obbligarlo a rispondere alle domande e reagire.
2. Essere centrati sul vissuto che l’altro racconta e non sui fatti che racconta. Non sono i fatti oggettivi raccontati che debbono interessare ma il modo come l’altro li “sente”.
3. Interessarsi alla persona, non al problema in quanto tale. Occorre sforzarsi di vedere non il problema in sé ma come lo “vede” il soggetto interessato.
4. Rispettare la persona manifestandogli interesse e considerazione senza assecondare il proprio desiderio inconscio di dimostrare la propria superiorità quale “capo”. Si tratta di intervenire in maniera tale da dare realmente al proprio collaboratore la certezza che il suo capo rispetta la sua maniera di vedere e di comprendere e che non cerca l’occasione di “mostrare” astruse finezza psicologiche o intuizioni su di lui che lo metterebbero in difficoltà. Non si tratta di “fare della psicologia” ma di ascoltare e comprendere.
5. Facilitare la comunicazione e non fare rivelazioni. Non si tratta di ascoltare la persona allo scopo di classificare le sue parole nelle categorie preconfezionate di un sistema di interpretazione, né di aspettare il momento giusto per rivelargli una spiegazione che egli suppone sia la verità sull’”inconscio” dell’altro. Si tratta invece di fare dei tentativi per mantenere e migliorare la sua capacità di comunicazione e di formulare il suo problema senza difese.
Come si può vedere il modo corretto con cui ci si dovrebbe rapportare ai propri uomini per aiutarli veramente è ben diverso da quello comunemente adottato, incentrato sulla superiorità gerarchica, palesemente dimostrata o sapientemente occultata.
La falsa “amicalità” di molti capi è ben lontana dall’”empatia” di quel leader che vuole autenticamente sostenere un suo collaboratore. La strumentalizzazione dell’altro in nome di un bisogno di ordine, rispetto, efficienza e di risultati è, come dice il proverbio, seminare vento per raccogliere tempesta.
Ben diversi sono i risultati che può portare ogni uomo se è rispettato come tale, aiutato con rispetto; altro è il vero proverbio ….a voi che leggete il piacere di rintracciarlo!



2 Giugno 2008, 17:15
Ciao Franco,
molto bello questo aricolo “I 5 principi per un corretto atteggiamento di un Capo”.
come sempre queste cose fanno riflettere e penso che è molto, molto difficile comportarsi così, perchè abbiamo sempre un obiettivo in testa che vorremmo raggiungere e a volte aprire troppo, potrebbe cambiare la strada che vorremmo già segnata.
ho cambiato ruolo a un collaboratore del negozio, il responsabile del personale.
Questa persona incarnava il “POTERE” malato del mio negozio e era visto come un intoccabile e le cose purtroppo nel mio negozio vanno molto male.
ho imposto la mia volontà, mi ha chiesto di muovermi diversamente da come prospettavo, non gli ho dato spazio, domani farà un ruolo che non vorrebbe fare, però la cosa permetterà a me di gestire le relazioni con le persone senza il suo ingombrante filtro.
sono convinto che lo dovevo tagliare e rompere una consuetudine che vedevo negativa, il tuo articolo mi ha messo dei dubbi.
ci penserò ancora, se vorrai dirmi tu qualcosa ascolterò con attenzione.
A presto
Pino Carmenati
7 Giugno 2008, 20:03
Buonasera,
Spunti interessanti si ricavano da questo scritto.
Il focus deve essere rivolto alla PERSONA ed a come “vive”e “sente” la PERSONA il proprio problema.
Mi domando: qual è il LIMITE, cioè fino a che punto deve spingersi un capo?
Questo LIMITE(se esiste) può essere rappresentato dalla DISPONIBILITA’ del collaboratore ad essere “ascoltato”?
E quindi : è sempre colpa del capo oppure c’è una sorta di concorso di colpa diviso fra capo e collaboratore che non si pone nella condizione di essere aiutato?
Grazie
Alessandro Farina
6 Agosto 2008, 17:58
Confermo: la tentazione di fare il “messia”, colui che rivela “la verità”, “la via”, è molto forte. Questo atteggiamento di un capo (o di un genitore, o….) se da un lato gratifica molto il suo ego e gli evita di “esporsi” in un ascolto empatico (”chissà cosa si aspetterà l’altro?”), dall’altro ponendo il capo su un piedistallo lo esclide automaticamente da qualsiasi relazione spontanea e costruttiva (o modificativa). Rischia per contro di attivare atteggiamenti uguali (effetto “guerra dei Roses”) o contrari (effetto “sottomissione”).
Non ho dubbi che la vera relazione nasca dalla simmetria dell’incontro.