Downshifting: la semplicità volontaria

Lasceresti la carica di ministro del Lavoro del Governo americano per passare più tempo con la famiglia?

È quello che ha fatto Roberto B. Reich durante la prima presidenza Clinton, diventando così pioniere del movimento downshifting.

Il termine, usato per la prima volta nel 1994, significa “scambiare una carriera economicamente soddisfacente ma stressante con uno stile di vita meno faticoso e meno retribuito ma più gratificante dal punto di vista personale”, questo almeno secondo il NewOxford Dictionary.

 

Downshifting indica dunque il comportamento di quelle persone che barattano una riduzione anche consistente del loro stipendio in cambio di maggior tempo a disposizione: less is more, ovvero, di meno (meno lavoro, meno corse, meno debiti) è di più (più ore con chi si ama).

Oggi downshifting è anche un movimento che propone libri, dibattiti, newsletter e gruppi di sostegno (sito internet: http://www.downshifting.com/) e in Gran Bretagna ad aprile l’ultima settimana è dedicata al downshifting, per celebrare l’arte delle lentezza e della rinuncia (sì, anche quella dello stipendio, se serve).

Ma chi sono i downshifters?

Sono manager, ecologisti, professionisti di tutti i tipi che lavorano nel cuore pulsante delle metropoli, persone ben pagate ma pronte nonostante questo a tradire la causa del lavoro tiranno e onnivoro, disponibili a disertare, invertendo rotta.

È ovvio che per rinunciare ad una parte dello stipendio è necessario che questo sia abbastanza significativo, ma i downshifters sono anche tutti quelli pronti ad adottare uno stile di vita più rilassato, naturale ed ecologico, meno consumistico. Insomma sono quelli che vogliono porre fine alla grande corsa, alla frenesia che fa riempire i vuoti della giornata con sempre nuovi impegni come un puzzle a cui manca sempre un tassello per potersi dire compiuto.

Come spiega Domenico De Masi, docente di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma e autore di Ozio creativo (Rizzoli). “L’accelerazione tecnologica e le modalità di organizzazione del lavoro sono sconfinate nel tempo libero. Chi si guadagna da vivere con il cervello (un 40 per cento) difficilmente riesce a staccare la spina, anche la sera o nel fine settimana. E chi svolge un lavoro intellettualmente poco impegnativo, passa gran parte del tempo a raggiungere la fabbrica o l’ufficio”.

Per spiegare che cosa è accaduto, al pubblicitario Antonio Rainò è venuta in mente l’immagine dell’uovo. Nell’era industriale fordista, la giornata media di una persona poteva essere paragonata a un uovo: il guscio rappresentava la giornata di 24 ore e conteneva, ben divisi, il tuorlo (il tempo dedicato al lavoro) e l’albume (quello riservato agli svaghi). Ora, dice Rainò, il tuorlo s’è rotto, mescolandosi all’albume. Così diventa difficile separare i diversi momenti della giornata. La tecnologia con i suoi cellulari, e-mail, palmari e portatili ha reso ancora più difficile distinguere la sfera della vita privata da quella lavorativa.

Per il downshifter il tempo è la vera risorsa, e l’ozio l’anticamera della creatività (com’era per i latini) e non va sprecato in inutili consumi.

Per quanto “contro”, i downshifters non sono “fuori” del sistema economico ma dentro, a volte con ruoli di prestigio e questo li rende forse più invisibili ma anche più pericolosi.

Professionisti che hanno mollato la carriera per convertirsi ad un altro stile di vita, non rappresentano infatti scelte individuali ed eccentriche, quanto piuttosto la coerente conseguenza della volontà di cambiare la qualità della vita e quindi l’organizzazione del lavoro. La decisione di fermarsi per gettare un sasso nello stagno della fretta.

Leggi come fare per gettare un sasso nello stagno della fretta.

[Liberamente tratto da Downshifting, la carriera può attendere, di Marina Cavallieri, in La Repubblica del 23 aprile 2007]

 

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