La riunione fa male

E’ della scorsa settimana un provocatorio articolo de La Repubblica che dà voce ai diffusi dubbi circa efficacia ed efficienza delle riunioni di lavoro. Sostiene l’articolo, a firma Anais Ginori, che «il vero confronto di idee ha bisogno di intimità» e cita l’esempio delle multinazionali americane che «tornano a incontri più informali, a colazioni di lavoro ristrette, al giro di opinioni attraverso e-mail e telefonate».
Alcuni prestigiosi atenei a stelle e strisce confermano le ragioni della generale frustrazione che spesso deriva da una riunione aziendale.
I numeri in merito parlano chiaro: «almeno metà delle riunioni sono inutili» spiega John Tropman, professore di management dell’università del Michigan, che aggiunge: «una riunione condotta male può distruggere lo spirito di squadra, conducendo a una logica di vincitori e vinti», e a dargli ragione interviene la collega di Harvard, Amy Edmondson, secondo cui le riunioni invece «che incentivare il dibattito, lo uccidono», perché «quando si è in tanti, i manager tendono a esprimersi meno. Sanno che il costo di una parola sbagliata è spesso molto più elevato del silenzio».
Dunque, come misurare l’utilità di una riunione?: guardate quanto dura! Perché la regola è che «deve finire in orario, possibilmente qualche minuto prima» e comunque non deve “sforare” l’ora.
In Italia la riunione «è un rito, un cerimoniale», sottolinea il bocconiano Roberto Vaccani, che mantiene una sua «parvenza di democrazia», ma in cui spesso non resta altro che ratificare strategie o decisioni già prese.
Ben diversa la situazione nei paesi scandinavi dove «le riunioni sono vietate dopo le diciannove e mai il venerdì pomeriggio. Anche per preservare il tempo libero dei dirigenti e la loro vita privata».
Come a dire: paese che vai leader che trovi!


